
L’inizio di un nuovo tempo liturgico porta sempre con sé quel misto di sensazioni, emozioni e sentimenti che necessariamente bisogna saper collocare all’interno del cammino che la Chiesa ci propone. Tutto questo è ancora più vero quando il tempo dell’anno liturgico entro il quale ci andiamo a situare è il tempo forte della quaresima; tempo che proietta il cristiano verso quell’incontro con il Risorto che è il centro della storia e del cosmo. Siamo ormai da qualche giorno entrati all’interno di questo tempo privilegiato per il nostro cammino di conversione ponendo in essere quel rito dal sapore antico e dalla fecondità inesauribile per la nostra crescita spirituale che è il rito delle ceneri. La liturgia, che sapientemente ci guida, ci chiede di muovere bene i primi passi all’interno di questo itinerario quaresimale appena iniziato e lo fa dandoci delle dritte precise per la nostra vita spirituale. Il richiamo forte al’interiorità ed all’essenzialità è il monito che annualmente la quaresima propone con inesausto vigore. È tempo da vivere con estrema serietà quello che si sta aprendo dinanzi a noi, ma è anche tempo di gioia. È sicuramente tempo di lotta vera contro tutto ciò che tende a separarci dall’incontro con il Signore, dalla comunione con i fratelli, da quella bellezza che il Creatore ha voluto inscrivere nella nostra vita e che attraverso di essa deve caricarsi di quel contenuto testimoniale capace di dare spessore missionario alla nostra esistenza di battezzati; uomini e donne figli della luce e di quell’alba nuova che il mattino di Pasqua ha impresso e vorrà, ancora una volta, imprimere nella nostra esistenza. Il cammino quaresimale è sempre cammino penitenziale ed, in questo anno, anche battesimale sin dai suoi primi passi, prova ne è che la domenica nella quale stiamo per entrare lo sottolinea nel modo più vero ed autentico. Parlare di cammino battesimale significa, infatti, riferirsi con forza alla dimensione della fede che, la liturgia della Parola, in questa prima domenica, intende presentare quale elemento indispensabile per dare la giusta lettura dei fatti della nostra storia individuale ed universale. Alla professione di fede del pio israelita, alla quale la prima lettura fa riferimento, risponde il vangelo proponendo la fede di Gesù come principio di scelta.
Il brano delle Tentazioni ci colloca forzatamente nel cuore della dimensione misterica del nostro battesimo, che ci apre un cammino di rinuncia quale palestra per far crescere in noi il desiderio dell’incontro con il Risorto che già ci aspetta sull’altra riva il mattino di Pasqua. Tre tentazioni il vangelo ci propone quale rischio nel quale si può incappare per sottrarsi alla dimensione dell’obbedienza filiale a tutto vantaggio di un malinteso senso di autonomia. Essere figli è, al tempo stesso, la nostra dignità e la nostra missione. Bisogna però saperlo essere in obbedienza alla Parola ed alla volontà del Padre. C’è sempre il rischio che qualcosa/qualcuno cerchi di cancellare in noi la bellezza di questa dimensione e l’autenticità della nostra fede. Inevitabilmente siamo chiamati alla scelta e, dunque, alla lotta contro ogni tentazione. Siamo chiamati ad operare un discernimento, che ci sarà possibile solo vivendo le tre fondamentali dimensioni dell’itinerario quaresimale (preghiera, digiuno, elemosina) come atteggiamenti da far nostri in quanto figli e fratelli e non da leggere in termini di pratiche del tempo quaresimale. Quaranta giorni ci separano dal mattino di Pasqua e forte, dunque, dev’essere l’augurio a vivere con fede questo tempo ed a crescere nella fede per poter preparare l’incontro con il Risorto.
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 Gesù sale sulla barca di Simon Pietro e, staccandosi dalla riva, continua il suo insegnamento. Quando ebbe finito di parlare, diede a Simone un ordine inaspettato: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”.
Simone durante tutta la notte, insieme ad altri tre compagni, aveva invano tentato in vari punti d’acqua dove la loro esperienza suggeriva di gettare le reti e adesso Gesù voleva che si prendesse il largo di nuovo. Per un momento, Simone dovette forse pensare che un uomo delle colline, come il nazareno Gesù, non se ne intendesse, in quanto chiunque conoscesse un poco il mestiere, sapeva benissimo che, dopo una notte vuota, era inutile provare alla luce del sole, sfavorevole alla pesca. Simone dovette però avvertire nella voce di Gesù una decisione che non gli consentì di discutere dichiarò che avrebbe fatto la volontà del maestro, senza peraltro rinunciare a rilevare che nessun’altra ragione, al di fuori della fede e fiducia in Gesù, avrebbe potuto indurlo a fare una resa contro il proprio convincimento, che in materia di pesca era quello di un esperto.
Con Gesù a bordo, la barca riprese il largo e raggiunse le acque profonde; i quattro disposero a regola d’arte le lunghe reti, ma ebbero assai poco da aspettare; ben presto le reti traboccarono di pesci. Emozionatissimi, Simone e Andrea fecero cenni perché accorressero in fretta a dar loro una mano e, quando i quattro riuscirono a issare la rete, i bordi della barca erano a pelo d’acqua. Allora soltanto Simone si volse a guardare Gesù.
Simone perciò cade in ginocchio sulle assi della sua barca e scongiura il Maestro: “Signore allontanati da me che sono un peccatore”.
Simone confessò la sua commovente umiltà, ma doveva esser chiaro che gli sarebbe costato moltissimo allontanarsi dal Maestro. In seguito, gli accadrà ancora di pronunziare parole che andavano oltre le sue reali intenzioni, quando, messo alle strette dalla paura o dalla gioia, avventerà propositi e promesse. A Simone si associarono il fratello e i compagni dell’altra barca, per le cui mani era passato quel miracolo nuovo.
 È la grande ora di Simone, che Gesù non vuol vedere smarrito: “Non temere!”
Gesù aggiunse: “D’ora in poi sarai pescatore di uomini”. Una profezia alla quale Pietro non deve sottrarsi; una promessa nuovissima. La profezia e la promessa di Gesù erano sostenute da un miracolo, appoggiate a un gesto di onnipotenza e di bontà. Gesù strappava Simone alle reti perché ricominciasse tutto da capo; sempre a pescare, ma gli uomini.
Approdando Pietro prese la sua decisone: avrebbe abbandonato l’antico mestiere, la casa, “tutto”, per non lasciare un istante Gesù, che era entrato nella sua vita.
Un galileo non si tirava mai indietro quando si trattava di affrontare il rischio e l’avventura.
A qualcuno, fin dall’antichità è parso che la risoluzione di Pietro, come quella di Andrea, Giacomo e Giovanni e di altri chiamati, fosse pura follia, un gesto inspiegabile a fil di logica. A questo giudizio si potrebbe essere indotti dall’asciuttezza del racconto evangelico, che non indugia in analisi psicologiche, non richiama precedenti, non stabilisce un nesso esplicito tra un fatto e l’altro, ma un minimo di riflessione consente a chiunque di rendersi conto che Gesù deve aver portato a lenta maturazione il gesto di Pietro. È vero peraltro, che una vocazione resta sempre, almeno in parte, incomprensibile, perché nasce dal mistero della volontà liberamente e misericordiosamente onnipotente di Dio.
Pietro ha un posto di privilegio nel mistero del Vangelo: da capo barca a capo pesca, sarà anche pastore del gregge che Cristo gli affiderà e pietra di fondamento della Chiesa: quel Pietro che alle proposte del Maestro risponde sempre con un atto di fede e di amore: fede che Cristo sostiene con la sua preghiera. Dovendo essere sostegno della fede degli altri apostoli e di tutta intera la Chiesa, amore che si prova a imitazione di Cristo, con l’offerta totale della vita perché, come Cristo, sia data gloria a Dio che è tutto in tutti.
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 La pericope evangelica, con la ripresa dell’ultimo versetto del vangelo di domenica scorsa, ambienta il brano odierno, che riguarda la visita di Gesù a Nazaret, nella cui sinagoga egli si presentò come il Messia di Dio, venuto ad annunciare l’avvento del tempo della grazia, secondo la profezia del libro di Isaia. La reazione dei nazaretani ci mette praticamente di fronte non più a un episodio singolo, ma alla intera vicenda di Cristo e del suo Vangelo.
L’assemblea raccolta per la lettura sacra che ascolta la sorprendente espressione di Gesù ha un primo moto di stupore e di ammirazione: tutti gli rendono testimonianza, gli sono cioè favorevoli, confermando la stima che egli si era guadagnata nei tanti anni trascorsi a Nazaret a contatto con tutti. Alla stima di lunga data si aggiunge l’ammirazione per le “parole di grazia” da lui pronunciate nella sinagoga; parole, cioè, che provenivano da un dono divino o che annunciavano la grazia di Dio promessa.
Questo atteggiamento di pieno favore muta all’improvviso, sul filo di una perplessità: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”.
Tra i presenti c’erano i parenti di Cristo, i suoi compagni di infanzia, gli amici di gioventù. Che cosa era accaduto; che cosa andava accadendo perché Gesù all’improvviso s’innalzasse a un livello imprevedibile, avanzando addirittura pretese messianiche?
I pensieri dei nazaretani vengono espressi da Gesù: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria!”. Forse aveva manifestato amarezza perché Gesù aveva riservato i benefici della sua potenza ad estranei, privandone i suoi concittadini, oppure gli si chiedeva un miracolo che potesse avallare le sue pretese? Usando un metro puramente umano, i nazaretani vogliono essere sicuri che il loro compaesano è diventato potente in opere e parole come di lui dicono nella regione; non si fidano delle voci che corrono e quasi gli impongono una prova a loro esclusivo vantaggio.
Il discorso di Gesù, a partire dal proverbio citato e noto allora sia ai giudei che ai pagani, è una requisitoria contro il malanimo degli ascoltatori. Infatti, un altro proverbio: “Nessun profeta è ben accetto in patria”, dà l’avvio a una esemplificazione che irriterà al massimo i destinatari.
Gesù cita due episodi della vita dei profeti. Il grande Elia, perseguitato e amareggiato dagli israeliti, fu da Dio inviato a una povera vedova fenicia, di Sarepta, per provvederla miracolosamente in occasione della siccità e carestia che devastarono il regno di Israele.
Eliseo guarì il generale arameo Naaman – un pagano – dalla lebbra.
I nazaretani ritengono di aver diritto di vedere all’opera Gesù, il quale, invece, afferma la sovrana libertà di Dio nel mistero della salvezza, che ha come risvolto, la necessità per l’uomo di abbandonarsi con la fede alla misericordiosa volontà del Signore. A chi voleva vedere per credere Gesù oppone l’urgenza di accettare la sua parola.
È interessante notare che mentre di solito si ritiene che i miracoli possano indurre gli increduli alla fede, in realtà, può accadere il contrario: Gesù non fa miracoli a Nazaret – Marco (6, 5) dirà addirittura che “ non poteva farli” – a causa dello scetticismo dei suoi compaesani, mancanti delle disposizioni che attirano la misericordia divina.
Ciò che prepara al dono della fede è la volontà profonda e sicura dell’uomo di entrare nel disegno di Dio. Anche Satana aveva suggerito a Gesù di fare miracoli (Lc 4, 1-22), non certo perché chi li vedeva credesse in lui, ma per accendere con una facile esca un entusiasmo che nulla aveva a vedere con la fede, anzi, avrebbe compromesso la missione di Gesù.
L’immanente tentazione dell’uomo è sempre quella di voler ridurre Dio alla propria mentalità e alle proprie velleità, di imporgli condizioni per accettarlo, di volerlo controllare per credergli e non c’è disposizione peggiore di questa per precludersi la conoscenza e l’amore di Dio, il quale si abbandona agli umili che, svuotandosi di sé, si lasciano riempire da lui.
I presenti nella sinagoga fanno ressa e lo spingono fuori verso la scarpata alta una decina di metri, sul ciglio della quale sorgeva una parte del villaggio, con l’intenzione di precipitarvelo.
La rapida conclusione dell’evangelista – “Egli, passando in mezzo a loro, se ne andò” – non permette di concludere a una prodigiosa evasione di Gesù, ma lascia piuttosto capire che non era ancora giunta quella che Giovanni chiamerà “la sua ora”.
Il feroce proposito dei nazaretani richiama quello degli scribi e dei gran sacerdoti dopo che, con la parabola dei vignaioli omicidi, Gesù aveva preso di mira la loro cieca resistenza e l’ostinata incomprensione che alimentò il progetto omicida (Lc 20, 19). Gesù è stato ucciso una sola volta, ma ci sono mille modi e mille occasioni per uccidere in se stessi il divino germe di vita del suo Vangelo, del Vangelo che è lui, quando ci si mette dalla parte dei nazaretani, condividendone la gretta mentalità e le stolte proteste.
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 Il vangelo di oggi è composto di due sezioni, appartenenti a due capitoli diversi di Luca: 1. Il prologo al libro, nel quale il redattore dichiara la sua intenzione. 2. La presenza di Gesù nella sinagoga di Nazaret dove, applicando a se stesso un testo del profeta Isaia, espone il programma della sua missione liberatrice: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore”. Al messaggio gioioso di questa seconda sezione si riallaccia la prima lettura, che esprime la gioia del popolo israelita per aver ritrovato la legge del Signore, letta nell’assemblea dal sacerdote Esdra (IV secolo a.C).
Lo schema celebrativo della liturgia sinagogale del sabato, alla quale Cristo assisteva regolarmente, era simile alla prima parte della nostra messa, chiamata liturgia della parola. Consisteva in una prima lettura della legge, presa dal Pentateuco e commentata da uno specialista, e di una seconda lettura, presa dai profeti e che, con il permesso del presidente dell’assemblea, poteva essere commentata da uno dei partecipanti che avesse almeno trent’anni. È ciò che ha fatto Gesù il quale, dopo aver letto il testo del profeta Isaia, lo applica a se stesso: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”.
Secondo il programma esposto da Gesù e la sua linea di attuazione apostolica, la finalità dell’annuncio del regno di Dio è la salvezza integrale dell’uomo, cioè la sua liberazione da tutte le situazioni di schiavitù. Di queste, alcune sono frutto del peccato personale e altre del peccato sociale o strutturale con il quale si viola la dignità della persona e i suoi diritti umani.
Per continuare la missione liberatrice di Cristo, affidata da lui al suo popolo, che è la Chiesa, dobbiamo praticare con amore la denuncia profetica di ogni oppressione sfruttamento, proclamando e promuovendo la giustizia, che è la forma strutturale della carità; in breve, bisogna smascherare gli idoli di morte, signori di questo difficile mondo, ma vinti da Cristo, unico Signore.
Tuttavia, non è esatta l’interpretazione per cui il regno di Dio si limita alla liberazione temporale e che il messaggio di Gesù si riduce alla mera filantropia, poiché il suo contenuto fondamentale è la salvezza, l’amore e la grazia liberatrice di Dio attraverso Cristo. Il regno di Dio non si realizza nemmeno nella nostra vita personale e comunitaria senza conversione all’amore per il fratello e alla giustizia sociale. Questo secondo elemento è condizione e parte integrante, non contenuto unico, del primo e fondamentale: il regno di Dio e la sua giustizia che ci salva (cfr. EN 32).
È triste constatare che non sempre noi cristiani abbiamo offerto una testimonianza convincente di questo impegno efficace per la giustizia, la fratellanza e la promozione umana, attraverso una scelta decisa e visibile a favore della liberazione dell’uomo, in particolare di quelli che ne hanno maggiore bisogno. Agendo in questo modo manchiamo nella nostra vocazione cristiana, che chiede l’incarnazione della fede nella vita e nel mondo. I poveri possono essere capiti e liberati solo da dentro, se ci facciamo poveri con loro, come ha fatto Gesù, e non con un paternalismo da ricchi. Verso il primo atteggiamento è orientata la scelta della Chiesa a favore dei poveri.
La causa dell’uomo chiede che sia ricostruita la sua figura, come ha fatto Cristo assumendo la nostra condizione umana, e che l’uomo venga restituito alla sua dignità e alla vocazione recuperando per lui l’immagine di Dio che si è resa visibile in Cristo, stampo originale del nostro essere.
È sorprendente il risultato del lavoro degli specialisti che riportano ai suoi colori originali un quadro, un mosaico un affresco deteriorati dal tempo: e come rendere visibile nell’uomo attuale i tratti del volto di Dio in Cristo, se non restaurando nella sua condizione di persona libera e Figlio di Dio, così come è uscita dalle sue mani, l’immagine dell’uomo deformata e invecchiata da tante schiavitù?
Arrivati a questo punto la domanda è ovvia: che posso fare io per un’opera di tanta importanza? Apportare il mio granello di sabbia – in questo caso di amore –, con la filosofia realistica del tagliapietra medievale che pietra su pietra costruiva una cattedrale. Tutti siamo membri necessari e utili di uno stesso corpo (2a lett).
La liberazione integrale dell’uomo non si ottiene se non con l’amore e il perdono, la tolleranza e la libertà, il rispetto per la dignità della persona, il servizio alla verità e alla vita, la promozione del povero e del derelitto, la fratellanza e la solidarietà, specialmente con i più umili. In breve, con l’autentica religiosità attraverso la pratica delle beatitudini. Senza questo sarà impossibile testimoniare il Dio di nostro Signore Gesù Cristo che, sopra ogni cosa, è un Padre che ci ama, ci vuole fratelli gli uni degli altri e ci chiama all’unità della sua Chiesa. Perciò ogni denuncia profetica, ogni impegno e ogni lotta cristiana per la liberazione dell’uomo esclude, come nell’esempio di Cristo, la violenza attiva e l’avversione.
Se amiamo i fratelli, testimonieremo prima di tutto che noi stessi siamo convertiti, cioè personalmente liberi da tutto quello che è peccato, malvagità e corruzione; liberi dalla tirannia creata dall’egoismo, dalla superbia, dal denaro, dal sesso e dall’ambizione. E in secondo luogo, dimostreremo di cercare la liberazione integrale degli altri, dividendo il nostro pane con i fratelli più bisognosi e impegnandoci nella giustizia sociale, nella convivenza civile e nei diritti umani. Di modo che la parola di Cristo ci edifichi in un corpo solo e ci renda strumento di liberazione e di salvezza.
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