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Martedì, 09 Ottobre 2018 18:37

Come può oggi un educatore di un gruppo Giovani o Giovanissimi "stare" nei social network, vedendoli ed utilizzandoli come occasione di incontro e dialogo? A questa domanda attualissima ha tentato di dare risposta l’incontro di formazione di inizio anno per tutti gli educatori del settore Giovani di Azione Cattolica, tenutosi martedì 25 settembre presso la Parrocchia del Santissimo Salvatore, guidato da don Davide Imeneo, direttore dell’Avvenire di Calabria e parroco di Cataforio e San Salvatore. Preliminarmente, don Davide ha fornito due avvertenze: la prima sta nel fatto che si è ancora in una fase molto esperienziale circa l'uso dei social network nella prospettiva educativa, pertanto serve più il confronto e il dialogo paritetico tra formatori che non una vera e propria lezione frontale sul tema. La seconda riguarda la funzione dei social media: essi sono uguali dovunque, ma l'uso che se ne fa è radicalmente diverso di paese in paese, soprattutto per quelli incentrati non tanto sulla lettura e la condivisone di testi, quanto su contenuti in immagini e video. Interrogati sulla cruciale domanda “cos'è un social network?”, gli educatori presenti hanno tentato di definire il fenomeno facendo uso di diverse immagini, quali quelle della rete, della finestra, della vetrina o della lente, ma tutti hanno notato l’attuale tendenza evolutiva dei social, che puntano sempre più sull'aspetto visivo-esteriore e meno su quello testuale-relazionale. Ha precisato don Davide che, tecnicamente, il social è uno spazio virtuale cui è garantito l'accesso agli utenti perché scambino dati: definizione molto più larga di quella originaria, maggiormente incentrata sulla natura del social come luogo di incontro e dialogo. In primo luogo, bisogna prendere in considerazioni i siti e le applicazioni più utilizzate, sia dagli adulti che dagli adolescenti, come WhatsApp e YouTube, che sono in assoluto i più frequentati nel mondo, al di là del più famoso Facebook, anche se talvolta essi sembrano sfuggire all’idea comune di social network. In secondo luogo, ha proseguito don Davide, bisogna fare attenzione alla nozione di accesso, che non è mai libero a tutti, ma solo agli utenti che si siano registrati, fornendo quindi i propri dati alle aziende che gestiscono tali media. Dal punto di vista statistico, guardando all’uso che dei social network si fa in Italia, si nota come la Calabria sia la regione col minor utenti attivi su Facebook sul totale della popolazione residente. Al tempo stesso, è interessante notare che i giovani e i giovanissimi, ovvero i ragazzi di età compresa tra i quattordici e i ventinove anni, non costituiscono la parte principale degli utenti di Facebook: sebbene il social più utilizzato sia WhatsApp, essi utilizzano in prevalenza YouTube e Instagram, poi Snapchat e solo in quarta posizione Facebook, preferendo, quindi, strumenti che consentono di trasmettere foto e video più che testi. Gli stessi dati mostrano che i ragazzi della fascia di età considerata trascorrono da un'ora e mezza a quatto ore al giorno sui social: tuttavia, ciò che è davvero necessario chiedersi è come venga speso questo tempo e quindi quali contenuti vengono visualizzati e che attenzione si presta a ciò che si condivide. I dati raccolti a livello mondiale mostrano che la durata media della visita di un sito internet, raggiunto soprattutto utilizzando link da pagine social, è bassissima e non supera i venti secondi: ciò significa che i contenuti vengono visualizzati in modo estremamente veloce e superficiale e spesso la comunicazione si ferma ad una foto cui è abbinato un titolo. Per l'educatore, allora, il social network non può essere il luogo adatto per fare formazione, cioè per caricare contenuti legati alla crescita personale dei ragazzi: su Facebook si legge solo un titolo e una foto, ma queste bastano per far girare un'idea e incidere fortemente sul giudizio critico delle persone. Le difese critiche di chi legge attraverso un social, infatti, sono molto più basse rispetto a quelle di una persona che ascolta un discorso dal vivo. Tuttavia, le potenzialità dei social sono evidenti e bisogna star attenti a stigmatizzare eccessivamente lo strumento rispetto al contenuto che esso veicola: non esiste, infatti, una dipendenza dallo smartphone o dal social network in quanto tale, ma esistono le stesse dipendenze e carenze di sempre, che adesso sono semplicemente mediate attraverso il web. Lo dimostra lo studio condotto dal prof. Federico Tonioni, psichiatra dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, secondo il quale il rischio che queste tipologie di comunicazione generano è l’incapacità dell'adolescente di guardare l'interlocutore negli occhi, di arrossire: molti ragazzi sottoposti a terapia per dipendenza da social avvertono interiormente la comunicazione emotiva, ma non riescono a manifestarla all'esterno. L'origine di tali fenomeni è spesso legata ad una mancanza in età infantile o all’incapacità di gestire una relazione amorosa, per cui vi è sempre una radice affettiva nell'uso compulsivo dello smartphone. A volte, questi mezzi operano nei ragazzi un fenomeno di sostituzione della presenza di un genitore assente, specialmente quando questi vedono l’adulto stesso dedicare troppa importanza e troppo tempo al telefonino. Dal punto di vista educativo, aggiunge don Davide, il problema generale è che molti genitori tendono a precocizzare i bambini nell'infanzia e ad infantilizzarli poi quando sono adolescenti. Lo stesso rischio corrono gli educatori: se è vero, infatti, che i social non sono un luogo di formazione, per la volatilità dei contenuti che veicolano, bisogna tuttavia formarsi ad utilizzarli con criterio, ad essere, cioè, educatori anche sui social, fornendo la corretta immagine di uno stile di vita sano ed equilibrato, oltre che conforme alla dottrina cristiana che si vuol trasmettere ai ragazzi. Infine, don Davide ha messo in guardia gli educatori circa il concetto di amicizia e popolarità che corre su Facebook e sugli altri social utilizzati dagli adolescenti, molto legato alla concezione che essi hanno di sé stessi. Oggi, infatti, l'algoritmo dei social network è costruito sul cosiddetto social branding, ossia punta a creare una immagina precostituita dell’utente, quasi un marchio personalizzato di ciascuno, che può così sentirsi apprezzato e mostrare quanto ricca e scintillante sia la propria vita, misurandolo attraverso il numero di amici aggiunti e di like ricevuti ai propri post, in una spirale crescente di relazioni fittizie che troppo spesso nasconde l’incapacità di gestire la comunicazione reale dal vivo. Il pericolo maggiore è che i ragazzi cadano nella trappola di fenomeni estremamente dannosi come il sexting, ovvero l'invio di testi o immagini sessualmente esplicite tramite internet o telefono cellulare, che diventano poi strumento di ricatto: il solo Tribunale dei Minorenni di Reggio Calabria ha registrato nel 2017 oltre seicento denunce per tale tipologia di reati. Pertanto, nonostante sia dovere dell’educatore sfruttare le enormi potenzialità comunicative di ogni social network, egli deve essere consapevole dell’inadeguatezza di essi quali luoghi dedicati all’attività formativa e soprattutto della loro capacità non tanto di creare, quanto di alimentare e amplificare i fenomeni di disagio che già colpiscono alcuni dei giovani affidati alle loro cure. 

Giorgio Cotroneo

 

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